6 buoni motivi per usare i femminili professionali quando parli con i tuoi bambini

Aggiornamento: 26 ott

Cosa si intende per femminili professionali? Perché sarebbe una buona scelta usarli nel parlato?


Zaira Schauwecker pilota un drone su una vetta di montagna

«Come si chiama una donna ingegnere?»


«Ingegnera».


Ti suona male, ti fa ridere?


O addirittura pensi che «ingegnera» sia sbagliato, che «ingegnere» al femminile resta «ingegnere»?


Perfino il correttore automatico mi chiede se son proprio sicura di voler scrivere «ingegnera» …


Hai mai riflettuto su questa cosa?


Se non lo hai mai fatto, non preoccuparti, io che sono un’ingegnera meccanica ho cominciato a rifletterci a 30 anni suonati 😁.

E fino a quel punto mi dicevo un ingegnere meccanico senza troppi problemi.


Di sicuro «ingegnere» mi suonava più rispettabile di «ingegnera».


Se invece ci hai già riflettuto, probabilmente avrai un’opinione al riguardo.


La cosa che mi sorprende, è che su questa cosa tutti abbiano un’opinione.


In realtà, è solo questione di applicare la grammatica italiana.


In quanti altri casi abbiamo un’opinione sulla grammatica italiana?


In questo articolo ti racconto dei femminili professionali e ti darò 6 buoni motivi per cominciare ad usarli oggi.



 

Cosa trovi in questo articolo:

 

Cosa si intende per femminili professionali


Con l’espressione femminili professionali intendo la declinazione al femminile delle professioni. Per esempio:

  • agricoltore che al femminile fa agricoltrice

  • architetto che fa architetta

  • fisioterapista che resta fisioterapista

Il discorso si può estendere alle cariche:

  • presidente che al femminile resta presidente

  • sindaco che diventa sindaca

  • deputato che fa deputata

Ti è già venuto il nervoso a sentire questi termini?


Se così fosse, ti prego di tenere duro, okay?


C’è dell’altro.


L’importanza nella lingua nell’educazione


Il linguaggio influenza il nostro modo di:

  • vedere il mondo

  • pensare

  • comportarci

E non lo dico io, ma una schiera di persone che studiano il nesso tra linguaggio e psicologia come per esempio lo psicolinguista Pascal Gygax.


La lingua è uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione per educarci ed educare alla parità.


C’è gente là fuori che pensa che piccoli gesti non bastano per abbattere le disparità di genere.


Anche tu magari stai pensando che non cambierà nulla mettere una “a” al posto di una “e” per declinare al femminile «ingegnere».


Io penso invece che usare la lingua italiana in maniera consapevole per sradicare stereotipi è come mettere in moto tante gocce d’acqua che a lungo andare solcheranno la roccia.


Ci vuole sicuramente più tempo e pazienza ma sarà qualcosa che funzionerà a lungo termine e coinvolgerà più persone.

Le parole che utilizziamo possono avere un impatto straordinario non solo sulle nostre vite individuali, ma anche su quelle collettive.

Gianrico Carofiglio


La mia transizione da «ingegnere» a «ingegnera»


Che sia chiaro: non parlo di queste cose in quanto esperta dell’argomento.


Sono un essere umano perfettibile che sta facendo un viaggio per riconoscere e lavorare sui propri stereotipi, raccolti lungo una vita.


Ti racconto come è iniziata la mia transizione da «ingegnere» a «ingegnera»:

Qualche anno fa stavo scrivendo un articolo sulla mia professione e mi sono ritrovata a scrivere qualcosa come


“sono un ingegnere meccanico che lavora …”


Lì, in quel preciso momento, mi sono resa conto per la prima volta che qualcosa in quella frase non mi tornava.


“Sono un ingegnere meccanico”.


“«Ingegnere» è un termine maschile? Neutro? D’altronde finisce con “e”, non con “o”...”


“Io mi sento una donna.”


“Ci dovrò mettere l’apostrofo dopo «un»?”


Il potere della scrittura: nel parlato gli apostrofi non si vedono quindi non mi ero mai posta davvero il problema. Andavo ad orecchio e siccome non sentivo mai parlare di «ingegnera», «ingegnere» mi suonava nettamente meglio. Personalmente, penso che mi ha aiutato il fatto che «ingegnere» termina in “e” e non in “o” o in “ore” tipo “cuoco” o “professore”, rendendo «ingegnere» un maschile meno ingombrante da portare in quanto donna. Dopo una breve ricerca scopro che sì, «ingegnere» al femminile fa «ingegnera»: è tranquillamente declinabile in quanto sostantivo di genere mobile. Il semplice ragionare su un apostrofo mi ha aperto un mondo: dovrei dirmi «ingegnera». Ovviamente mi suonava male, era un termine strano praticamente mai sentito prima. Non mi sentivo così dentro la grammatica italiana da metterla in dubbio e quindi per quanto mi potesse suonare strano e svilente ho titolato l’articolo “Sono un’ingegnera meccanica”.

Il processo di metamorfosi era appena cominciato.


Da lì in poi mi sono informata molto, leggendo libri come Femminili singolari della sociolinguista Vera Gheno.


Non dico che sia stato facile, ancora di recente mi è capitato di rispondere «ingegnere meccanico» alla domanda «Qual è la tua professione?».


Mi succede quando sono sotto stress o colta di sorpresa, quando devo rispondere in fretta.


È una cosa super interessante se ci pensi.


In psicologia, il tempo di risposta correla con la facilità che il cervello ha a dare una risposta: tanto più impieghi a rispondere, tanto più quella risposta ti è difficile.


È un po’ come se ti chiedessi di dire «blu» tutte le volte che vedi qualcosa di rosso.


Ce la puoi fare, ma il tuo cervello farà più fatica, e facendo più fatica impiegherà anche più tempo a rispondere.


E se devi rispondere in fretta, è più probabile che “sbaglierai” dicendo «rosso» quando vedi qualcosa di rosso.


Ancora adesso, nonostante la consapevolezza e alcuni anni di pratica, la risposta che mi viene più facile è «ingegnere».


6 buoni motivi per usare i femminili professionali con i tuoi bambini


Ascoltando il mio bambino di 2.5 anni, ho notato quanto lui applichi la grammatica in maniera intuitiva.


Nei giochi di ruolo mi chiama capacantiera, dice di essere entusiato e una volta l’ho anche sentito dire maschia, ovvero «femmina».


Per i bambini non è difficile o strano sentire «ingegnera», «architetta», «minatrice» o «meccanica d’auto».


Quindi la buona notizia è che ai bambini viene naturale e non dovrai fare nessuna opera di convincimento.


6 buoni motivi per usare i femminili professionali quando parli con i tuoi bambini:


1. È grammaticalmente corretto

I tuoi figli eviteranno così di trovarsi a dover riprogrammare il loro cervello in età adulta come stiamo facendo noi ora. Se ti preoccupa la decadenza della lingua italiana ti assicuro, i femminili professionali non sono dei neologismi. Sono previsti dalla lingua italiana, suonano strano al tuo orecchio solo e soltanto perché forse in vita tua non avevi ancora mai incontrato o sentito parlare di una «minatrice» o di un’«ingegnera meccanica», ok?

2. Eviti di confonderli

La lingua italiana è già abbastanza complessa. Che ne dici di aiutare i tuoi bimbi evitando di aggiungere eccezioni? Se dici «cassiere» e «cassiera» potresti dire anche «ingegnere» e «ingegnera».

3. Dai più possibilità di scelta ai tuoi figli

fornendogli una rappresentazione più variegata dei mestieri. Immagino che ci tieni che i tuoi figli possano aspirare a diventare ciò che vogliono. Beh, sii consapevole che le tue figlie saranno meno portate a studiare ingegneria o i tuoi figli meno portati a diventare infermieri se vivono in una società che non declina al femminile o al maschile certe professioni. Ci sono studi scientifici che lo dimostrano descritti in questo libro. Dice bene Vera Gheno in Femminili singolari.

“Succede che ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone.”

Capisci? Non gli diciamo esplicitamente “non puoi fare l’ingegnera” ma trattando quella professione unicamente al maschile è come se non gli stessimo mettendo quella tra le possibili opzioni. Ad oggi, solo il 12-15% di chi studia ingegneria meccanica nei politecnici alle nostre latitudini è donna. Non è che le donne siano meno portate all'ingegneria meccanica, sono portate a crederlo. A partire dalla bambola regalata anziché la macchinina.

4. Aiuterai a rendere il mondo più prospero e sostenibile.

Come? Aumentando la probabilità che i tuoi figli scelgano un percorso professionale senza seguire lo stereotipo professionale corrente. Così facendo si ridurrà la carenza di manodopera nei settori segregati per genere.

5. L’unico modo per rimuovere il senso ridicolo o ironico di certe parole è usarle

Ho già sentito di architette che non vogliono farsi chiamare «architetta» perché fa pensare alla tetta… ma nessuno mette in dubbio l’utilizzo della parola «cazzuola». Devo citare di nuovo Vera Gheno in Potere alle Parole:

“Le forme femminili [delle professioni] sono definite da molti «cacofoniche», «abomini»[...]. Io dico: e se fossero soprattutto insolite? Linguisticamente non sono certo errate o non previste dal sistema. E la bruttezza non è un concetto linguistico.”

Ripeto: la bruttezza non è un concetto linguistico. D’accordo? Per il mio bimbo ho inventato storie che parlano di un’ingegnera e per lui «ingegnera» è una parola come un’altra.

6. Eviti che i tuoi figli da adulti sprechino tempo ed energia discutendo di questi temi


Come declinare le professioni al femminile

Allora, se ci pensi, tanti femminili professionali riusciresti a formarli applicando la grammatica in maniera intuitiva, come fanno i bambini.


Un’altro strumento molto utile sono i dizionari, che riportano l’informazione riguardo alla declinazione femminile.


Nel dubbio, ti lascio qui uno schema semplificato con il quale puoi cavartela nella maggior parte dei casi


  • sostantivi di genere mobile ovvero quei nomi che al femminile cambiano attraverso una desinenza

  • -o -a: informatica, avvocata [1], architetta

  • -aio -aia: libraia, calzolaia, notaia

  • -ario -aria: bibliotecaria, segretaria, primaria

  • -iere -iera: cassiera, infermiera, ingegnera

  • -sore -sora: incisora, revisora, supervisora

  • -tore -trice: tatuatrice, agricoltrice, muratrice


  • sostantivi di genere comune o epiceni ovvero quei nomi che al maschile e al femminile restano uguali, cambia solo l’articolo

  • il docente la docente

  • il fisioterapista la fisioterapista

  • il presidente la presidente


Femminili professionali: le mie riflessioni finali


Uao, se hai letto l’articolo fino qui volevo ringraziarti di cuore per l’impegno.


Parliamoci chiaro, non è il tema più interessante del mondo.


Ti ho mostrato come per mezza vita ho contribuito nel mio piccolo a rafforzare la disparità di genere.


Il messaggio è che anche tu, da oggi, puoi contribuire a rendere più giusto questo mondo, evitando di rafforzare le differenze di genere a partire da quando i tuoi bimbi sono piccoli.


Ogni piccolo passo nella giusta direzione conta, okay?


La scelta è tua.


Fammi sapere qui sotto in quale stadio della metamorfosi ti trovi, sono troppo curiosa di saperlo!


Ah, e se hai letto fin qui e l’articolo ti è piaciuto mi aiuteresti molto anche solo cliccando sul cuoricino qui sotto.


Te ne sono grata.


Ciao e alla prossima,












[1] Qui potrebbe venire il dubbio: «avvocata» o «avvocatessa»? In questo caso il consiglio è quello di mantenere in -essa le forme che si sono stabilite nel tempo, tipo «dottoressa» o «professoressa». Ma altrimenti di predilire la desinenza in -a anziché -essa, quindi meglio «l’avvocata» o «la presidente».





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