Libri per persone adulte
Fortunatamente nera
Un libro scorrevole ma non leggero, a metà tra un saggio sul razzismo e un racconto autobiografico. Ndiaye racconta del suo razzismo interiorizzato - conseguenza di una società razzista - e del percorso per uscirne.

Autorə: Nogaye Ndiaye
Casa editrice: HarperCollins
Ripercorrendo la sua vita, Nogaye Ndiaye ci parla del risveglio della sua mente colonizzata - come ci suggerisce il sottotitolo di questo libro. In altre parole, Ndiaye ha intrapreso un percorso di consapevolezza che l’ha fatta rendere conto che da una società razzista ha assorbito principi razzisti. Sembra un paradosso ma è inevitabile: se una società ti racconta - più o meno indirettamente - che
“le persone nere puzzano, sono aggressive, analfabete, non parlano italiano [...]”
comincerai a crederlo anche tu, anche se la tua pelle è nera, e cercherai di distanziarti da questa categoria così svalutata.
Scrive Ndiaye:
“Temevo che mi giudicassero uguale agli altri neri, e io non volevo essere come loro, io volevo stare dalla parte giusta. Soltanto oggi mi rendo conto di quanto questo sia un atteggiamento discriminante [...]”.
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Da donna che sta facendo un percorso di consapevolezza sul suo maschilismo interiorizzato, non posso che capire questi sentimenti, perché prima del mio risveglio, avrei potuto scrivere pari pari la stessa frase sostituendo “agli altri neri” con “alle altre donne”, altra categoria svalutata in quanto tacciata di irrazionalità, frivolezza, debolezza.
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Ndiaye tratta svariati temi legati al razzismo e al privilegio delle persone bianche, intercalando con molti aneddoti personali che aiutano a rendere meno astratta la teoria e a potersi immedesimare meglio nell’esperienza di questa categoria razzializzata. Il parallelismo con il sessismo è forte e mi aiuta a capire anche le microaggressioni, che spesso vengono liquidate con un “sei troppo sensibile” o “non si può più dire niente”.
Ecco una piccola raccolta di microaggressioni razziste raccontate da Ndiaye nel suo libro e che sento e vedo fare ancora spesso (e che facevo anche io fino a poco tempo fa):
Chiamare le persone nere “persone di colore”
Anche in Scrivi e lascia vivere viene affrontato questo tema, facendo riferimento al podcast Sulla razza:
“L’espressione di colore è un calco dall’anglo-americano coloured che inizia a diffondersi in Italia negli anni ‘70 ma si radica negli anni ‘90, quando abbiamo iniziato a considerarla un eufemismo per il termine nero. Nel 2022 questo non è più valido, e la stessa comunità delle persone afrodiscendenti italiane rivendica l’uso dell’aggettivo nero.”
Parlare di Africa come se fosse un Paese
Spesso anche nei libri trovi liste di Paesi in cui spunta però anche il continente “Africa”, nominato come se fosse appunto una nazione. Di questo tema ne ha parlato anche la mediatrice culturale Elisa Rainolter nell’episodio della sua newsletter L’Africa non è un Paese.
“Diversamente da quello che molti credono, non siamo tutti “africani”: d’altronde chi chiamerebbe mai un francese semplicemente “europeo”?”
Cercare di rendere più pronunciabile un nome soltanto perché non lo abbiamo mai sentito
A volte l’iniziativa viene proprio da chi porta il nome poco comune nella lingua del luogo, ma sicuramente dopo che questa persona avrà sentito molti commenti tipo “Urca, che nome complesso/strano/difficile da pronunciare” o “Non me lo ricorderò mai”. Succede ad esempio che “Aissata” in italiano diventi “Alice” o che “Khoudia” diventi “Claudia”. Nel libro l’autrice ci racconta di come lei abbia cambiato il suo nome da Nogaye in Noghina, più orecchiabile in Italia. Cosa possiamo dunque fare? Evitare di commentare la difficoltà di pronunciare un nome e impegnarci a pronunciarlo correttamente.
Commentare l’assenza di accento
di una persona che ci sembra straniera soltanto perché nera dicendo ad esempio “Parli bene l’italiano”.
Chiedere ad una persona da dove viene, solo perché nera
Come ci racconta Ndiaye in questo passaggio:
“Quando mi chiedevano: «Da dove vieni?», intendevano: “Come mai hai la pelle nera e parli italiano? Da dove vieni davvero?”. E la risposta “Milano”, o più semplicemente “Trezzano sul Naviglio”, non bastava mai. Quello che interessa sono le mie origini, perché per molti io non appartengo al tessuto sociale italiano [anche se nata in italia, nda]: sono sempre stata un’eccezione da dover in qualche modo giustificare.”
Giudicare frettolosamente altre usanze culturali
Scrive Ndiaye:
“Mangiare con le mani è considerato da incivili, ma solo se lo fanno gli africani, perché mangiare la pizza con le mani è accettato”
Ci ho tenuto a raccogliere alcune delle più comuni microaggressioni razziste perché se è vero che oggi tra chi mi legge nessunə urlerebbe improperi razzisti, per abitudine è possibile invece che si applichino ancora alcuni dei comportamenti di cui sopra.
Un’ultima cosa prima di chiudere.
Nei libri per l’infanzia in italiano le persone nere sono una minoranza. Eccoti un elenco di quelli che ho recensito e che danno rappresentazione a questa categoria di persone: La gonna viola di Fede, La bambola di Luca, Nasino, pancino, piedino!, Julián è una sirena, Julián al matrimonio, Luna adora la biblioteca, Ada la scienziata e Elfi al quinto piano.